La presenza di studenti con cittadinanza non italiana nelle scuole del Piceno deve essere letta tenendo conto delle caratteristiche dei singoli istituti e dei diversi percorsi formativi. Il dato assume particolare rilievo alla luce del tetto del 30 per cento previsto dalle nuove disposizioni del Governo, ma la percentuale complessiva non sempre restituisce la reale composizione delle classi.
A incidere sui numeri sono anche realtà con una funzione specifica, come il Centro provinciale per l’istruzione degli adulti. È il caso del Fermi-Sacconi di Ascoli, dove la quota complessiva di iscritti stranieri supera ampiamente la soglia indicata dal provvedimento. Secondo il dirigente scolastico Ado Evangelisti, tuttavia, il dato deve essere interpretato considerando la presenza del Cpia, inserito nel conteggio generale dell’istituto.
Il peso del Centro per adulti
Il Centro accoglie in larga parte adulti stranieri e propone percorsi dedicati all’apprendimento della lingua italiana e all’alfabetizzazione. Si tratta quindi di un’utenza diversa da quella delle classi del percorso scolastico ordinario. Gli iscritti del Cpia incidono inevitabilmente sulla percentuale complessiva, ma non possono essere sovrapposti agli studenti dei corsi ordinari.
Per Evangelisti, prima di trarre conclusioni dai numeri è necessario distinguere le diverse realtà che compongono l’istituto. Nei percorsi ordinari del Fermi-Sacconi, spiega il dirigente, la presenza di studenti non italiani è più contenuta. Il dato relativo al Centro per l’istruzione degli adulti ha una sua specificità e si collega anche alla funzione di integrazione e formazione linguistica svolta dalla struttura.
La gestione dell’eterogeneità
Sul tema dell’inclusione interviene anche Simona Flammini, dirigente scolastica del liceo classico Stabili. Nella sua esperienza attuale, riferisce, la situazione è gestita senza particolari difficoltà. In passato, quando guidava un istituto comprensivo del Fermano comprendente anche Lido Tre Archi, si era trovata a lavorare con classi composte in larga parte, e in alcuni casi interamente, da studenti stranieri.
Quell’esperienza ha rafforzato la convinzione che una composizione diversificata delle classi non debba essere considerata automaticamente un problema. Per Flammini, l’eterogeneità può rappresentare un valore se la scuola dispone di strumenti, competenze e possibilità concrete per accompagnare gli alunni. L’inclusione, sottolinea la dirigente, non dipende soltanto dalla composizione delle classi, ma anche dalle condizioni che permettono agli istituti di gestirla in modo efficace.